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Blackjack: un fenomeno di origine incerta. Un excursus storico

Storia blackjack

Quando si cerca di ricostruire le origini storiche del Blackjack si può incorrere in un fatto piuttosto comune, ricorrente anche nel caso di altri giochi d’azzardo come la roulette o il poker, ovvero la presenza di numerose teorie (talvolta anche in aperta contraddizione tra loro) e la contemporanea difficoltà a stabilire una gerarchia di attendibilità tra esse.

A complicare notevolmente il quadro della situazione interviene il fatto che, a partire dal 1300, è possibile individuare una moltitudine di giochi che ricordano molto da vicino il Blackjack, quindi, anticipando una delle conclusioni tratte al termine di questa sezione, è probabile che ciascuno di essi abbia esercitato un ruolo nella nascita del Blackjack, ma tuttavia è difficile distinguere in modo netto ed inequivocabile gli attori protagonisti dalle semplici comparse, per così dire.

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 Nonostante questa premessa non proprio incoraggiante, è possibile risalire alle radici del fenomeno conservando un buon grado di precisione e affidabilità delle fonti. Una versione poco accreditata fa riferimento agli antichi Romani, popolo che notoriamente amava molto il gioco d’azzardo. Secondo questa teoria, nell'allora Caput Mundi si giocava un gioco simile al Blackjack utilizzando delle tavolette di legno su cui erano incisi dei valori numerici. Pur nutrendo tanta stima nei confronti di un popolo che ha abitato a lungo la penisola italica ed è stato a capo di uno degli Imperi più grandi che la storia dell’uomo abbia mai visto, non c'è modo di poter confermare questa ricostruzione. Sulle origini del Blackjack, anche in seno alla comunità dei più autorevoli esperti, i pareri sono spesso discordanti.  Come ricorda Arnold Snyder, un giocatore d’azzardo e autore di numerosi testi sull'argomento, nel suo “The Big Book of Blackjack”, la conclusione che trae John Scarne (uno dei più importanti autori in materia) è che il gioco da cui nacque il Blackjack è il Sette e Mezzo, mentre altri insigni studiosi come Epstein (in The Theory of Gambling and Statistical Logic) e McDermott (insieme a Cantey e Meisel in Playing Blackjack to Win) preferiscono non sbilanciarsi, pur riconoscendo che nei secoli passati alcuni giochi avevano un regolamento e una struttura simile e pertanto potrebbero aver avuto un ruolo nella nascita del Blackjack. A delle conclusioni analoghe giungono Fuchs e altri autori secondo i quali le vicende che hanno portato all’invenzione del Blackjack rimangono avvolte nel dubbio o comunque poco chiare.

 

Gli antenati del Blackjack: il Trentuno e il Bone Ace

Una interessante teoria, formulata da Roger Baldwin e dal già ricordato Arnold Snyder, individua nel Trentuno, un gioco che secondo le cronache avrebbe fatto la sua comparsa già nel corso del quattordicesimo secolo, il più probabile antenato del Blackjack. La ricostruzione di Baldwin e Snyder va molto a ritroso negli anni, e trova una sua pietra angolare in un particolare momento del 1440: fu in quell’anno, infatti, che un monaco francescano italiano, tale Bernardino da Siena (che pochi anni dopo la sua scomparsa sarebbe stato proclamato Santo dal pontefice Niccolò V), pronunciò un infuocato sermone criticando aspramente il gioco d’azzardo e menzionò (oltre al gioco dei dadi e del backgammon) un gioco dal funzionamento simile al Ventuno, ovvero il Trentuno, che consisteva nel raggiungere appunto il punteggio di 31 sommando il valore di almeno tre carte e che a questo punto dovrebbe rappresentare il più antico progenitore dell’odierno Blackjack.

D’altro canto, le testimonianze riguardanti il Trentuno non si esauriscono qui, poiché nel secolo successivo (tra il 1532 e il 1542, per la precisione) sarà lo scrittore rinascimentale francese François Rabelais a fare riferimento a questo gioco nel ciclo di romanzi satirici incentrati sulle figure fantastiche di Gargantua e Pantagruel. Nel ventiduesimo capitolo del secondo libro, dedicato appunto a Gargantua, infatti, il gioco del Trentuno viene indicato come uno dei cento giochi a cui uno dei protagonisti prende parte durante i propri viaggi, insieme ai dadi, agli scacchi, al primero e a tanti altri. Rimanendo sempre in ambito letterario, questo gioco viene espressamente menzionato anche nella novella Rinconete y Cortadillo, contenuta nella raccolta Novelle Esemplari, opera realizzata dal grande scrittore ispanico Miguel de Cervantes, l’avventuroso autore del Don Chisciotte della Mancia, probabilmente uno dei più grandi capolavori della letteratura europea e mondiale. Il Cervantes, che durante la sua tribolata esistenza fu anche un accanito giocatore d’azzardo, nella novella in questione descrive la storia di due bari di Siviglia che si guadagnano da vivere imbrogliando proprio al gioco del Trentuno.

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Secondo quanto raccontato dall’autore, lo scopo di questo gioco, che utilizzava un mazzo cosiddetto “baraja”, ovvero un tipo di mazzo usato sia per il gioco che per la cartomanzia e che mancava degli otto, dei nove e dei dieci, consisteva nel totalizzare un punteggio il più possibile vicino a 31, per l’appunto, senza superare questo tetto massimo pena la sconfitta immediata. Nel Trentuno (almeno nella sua forma originaria) l’asso non valeva mai un punto, ma aveva sempre un valore di 11 e non era quindi consentito al giocatore di scegliere, possibilità che invece veniva concessa nel Bone Ace, una variante inglese del Trentuno che entrò in voga nel sedicesimo secolo. Il Bone Ace non era altro che l’Asso di Quadri, carta che serviva ad assegnare la vittoria in caso di parità di punteggio tra due o più giocatori, una sorta di matta (o di jolly, se preferite) usata per risolvere delle situazioni di parità e uscire così dall’impasse. Per dovere di cronaca, è opportuno precisare che secondo alcuni storici del gioco d’azzardo Bone Ace e Trentuno erano lo stesso gioco.  In particolare, David Parlett, nel suo The Oxford Guide to Card Games, riporta un passo di un antico dizionario di epoca secentesca (The World of Wordes, di John Florio, risalente all’anno domini 1611) in cui alla voce Trentuno si legge: “..One and Thirty, chiamato anche Bone Ace”. Sulla base di questi elementi, il nostro Baldwin sostiene che i prodromi del Blackjack vanno individuati proprio nel Trentuno (o One and Thirty o Bone Ace, qual dir si voglia), e che il Ventuno, di cui parleremo tra poco, altro non è che una sua variante poiché quest’ultimo fece la sua comparsa intorno alla metà del Seicento, con circa due-tre secoli di ritardo rispetto al Trentuno che, come già segnalato, potrebbe addirittura risalire al Trecento

Gli antenati del Blackjack: il Ventuno

Un’altra teoria abbastanza accreditata, invece, fa riferimento al Ventuno, un gioco di origine sconosciuta (in Spagna era conosciuto col nome di Ventiuna) che con tutta probabilità approdò intorno al XVII secolo in Francia (dove venne ribattezzato Vingt-Un e in seguito Vingt-et-Un). Il Ventuno dovette la sua fortuna anche al fatto che, a differenza di altri giochi che andavano contemporaneamente di moda, come il Faro, era molto più difficile per il banco barare. Esso comunque era un gioco sensibilmente più complesso dell'attuale Blackjack. In esso, infatti, erano presenti delle fasi di gioco molto particolari, come la Simpatia e Antipatia o la Rosso e Nero, in cui i giocatori dovevano provare ad indovinare il colore del seme o il valore delle proprie carte. Inoltre, era presente anche la regola dei Dieci Immaginari che assegnava ai giocatori un punteggio pari a 10 più il punteggio della loro seconda carta. In aggiunta, il ruolo del cartaio non era assegnato stabilmente a un soggetto ma veniva svolto a turno da ciascun giocatore (o, secondo altre testimonianze, di volta in volta al giocatore che realizzava un 21 con due carte). Inoltre, il giocatore che svolgeva la funzione di cartaio poteva godere di alcuni bonus, come la possibilità di raddoppiare la puntata, facoltà che invece era preclusa agli altri avversari, e se realizzava un 21 combinando un 10 ed un Asso (combinazione che in gergo negli Usa viene oggi chiamata Natural) riceveva un premio pari a tre volte la posta, mentre gli altri giocatori per un Natural ricevevano solamente il doppio della puntata. Come si può agevolmente notare, le similitudini tra Blackjack e Ventuno sono davvero molte, anche se è il caso di sottolineare come esistano anche degli elementi che ricordano molto da vicino il Poker e la Roulette. Il Ventuno in ogni caso ebbe un successo eccezionale tra i Francesi, a tutti i livelli della gerarchia sociale. 

 

Rappresenta un fatto storicamente acclarato, infatti, la grande passione di Madame du Barry (una delle concubine di Re Luigi XV) per questo gioco, tanto da convincere il suddetto monarca a organizzare delle sontuose feste a corte dove uno dei momenti culminanti era rappresentato proprio dalle partite a Ventuno. Infine, merita senz’altro una citazione il fatto che Napoleone Bonaparte, che pure fu sempre uno strenuo nemico del gioco d’azzardo in quanto poiché convinto che distraesse e corrompesse i militari, durante il suo breve periodo di prigionia all’isola d’Elba scelse proprio il gioco del Ventuno come passatempo, a ulteriore dimostrazione della popolarità ottenuta da questo gioco. Il Ventuno dalla seconda metà del XVIII secolo divenne una delle principali attrazioni delle case da gioco, approdando in Inghilterra (col nome di Van John, storpiatura di Vingt-Un), in Germania e più tardi anche in Australia (dove venne chiamato Pontoon, probabilmente anche in questo caso storpiando la denominazione originale di Vingt-Un). A quel tempo, le principali sale da gioco francesi ospitavano tavoli di Roulette, Dadi e Baccarat, ma permettevano ai giocatori di dar vita a partite di altri giochi, purché proprio i giocatori fossero disposti ad accollarsi l’onere di fare da banco, pagando una commissione al casinò stesso (che generalmente si aggirava intorno al 5% delle vincite del banco). Si trattava di una pratica abbastanza comune per il Baccarat che, nella versione gestita direttamente dal giocatore, diventava Chemin de Fer e che venne adottata anche per il Vingt-et-Un. 

Gli antenati del Blackjack: il Sette e Mezzo, il Quinze e il 30/40

Tuttavia, affinchè questa ricostruzione risulti completa, è opportuno precisare che tra XV e XVI secolo nell’area compresa tra le attuali nazioni di Spagna, Francia e Italia erano in voga anche l’italianissimo Sette e Mezzo (gioco oggi estremamente popolare) e il francese Quinze. Questo gioco, comparso anche esso intorno al XVI secolo, acquistò popolarità al punto da conquistarsi un posto anche in molti casinò. Le partite di Quinze utilizzavano un comune mazzo di 52 carte che veniva mischiato a ogni mano, dove ogni asso aveva un valore di uno, le figure valevano 10 e le altre carte il valore da 1 a 10 che recavano stampato sul dorso. Le puntate venivano piazzate a inizio di ogni mano, prima che venisse servita tutti i giocatori (banco compreso, che giocava per ultimo) la prima e unica carta coperta. A questo punto si procedeva praticamente con lo stesso procedimento del Sette e Mezzo, in quanto in base al valore della carta coperta il giocatore poteva decidere se chiamare carta o stare fino al raggiungimento del punteggio massimo che era appunto di 15. Diversamente da quanto accade nel Blackjack, se il giocatore superava il 15 non perdeva immediatamente, ma poteva invece bluffare evitando di dichiarare il proprio punteggio e sperando di indurre in errore il banco che, a sua volta, poteva “sballare” salvando così le puntate dei giocatori.

 

Un altro dei possibili antenati del Blackjack è il cosiddetto 30/40, gioco francese conosciuto con la denominazione inglese di Thirty and Fourty che conobbe un’ottima fama nella seconda parte del ‘700. Esso era il frutto della commistione di elementi tipici del Trentuno, del Quinze e del Baccarat, in quanto l’obiettivo del giocatore consisteva nel raggiungere il punteggio di 31 utilizzando le stesse carte da gioco del Quinze e con la possibilità di puntare su una delle due mani presenti contemporaneamente sul tavolo, come appunto nel Baccarat. Nel 30/40 il banco poteva contare su un vantaggio che si concretizzava nel momento in cui entrambi le mani sul tavolo si concludevano con un 31: in tal caso, infatti, il banco prelevava la metà di tutte le puntate piazzate dai giocatori che, a loro volta potevano decidere di premunirsi contro quest’eventualità scegliendo di avvalersi di un’assicurazione, opzione ancora oggi disponibile ai tavoli del Blackjack e che con tutta probabilità è stata importata proprio dal 30/40. 

Dal Settecento ai giorni nostri: il Ventuno sbarca in America

Come si può osservare, tutti questi giochi hanno degli elementi in comune con il Blackjack, ovvero l’obiettivo di raggiungere un determinato “score” senza però superarlo, o (nel caso del Ventuno e del Bone Ace) il duplice valore dell’asso che già a quell’epoca poteva valere sia 1 che 11 punti, quindi è plausibile che l’inventore (o gli inventori) del Blackjack abbia tratto ispirazione da essi. Un elemento comunque inoppugnabile riguarda il fatto che l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg abbia recitato un ruolo fondamentale per la diffusione dei giochi di carte, abbassando notevolmente i costi e velocizzando vertiginosamente i tempi per la realizzazione delle carte. Proprio a Gutenberg, infatti, si deve il primo mazzo di carte stampato: esso era composto da quattro semi di 14 carte ciascuno, con 10 carte numerate da 1 a 10 oltre a un Re, una Regina, un Giullare (quello che oggi viene chiamato abitualmente il Jolly) e un Cavaliere. In ogni caso, la parola “Blackjack” è di recentissima introduzione in quanto ha fatto la sua comparsa solo a partire dal XX secolo, negli Stati Uniti. Un nome che, a ben vedere, ha scarsa attinenza col funzionamento del gioco ma, del resto, gli americani chiamano football un gioco in cui i piedi si usano pochissimo quindi ciò non deve stupire più di tanto. Proprio questa questione terminologica, permette di riprendere il filo del discorso relativo all’evoluzione del gioco. Il Ventuno, infatti, al termine del ‘700 aveva ormai travalicato i confini francesi e nel 1789, con l’infuriare della Rivoluzione, fece la sua comparsa anche nel Nuovo Mondo, probabilmente grazie anche ai tanti esuli francesi che decisero di migrare oltreoceano iniziando a presentire l’arrivo di tempi difficili o semplicemente per sfuggire al Terrore giacobino, epoca in cui la ghigliottina fu l’indiscussa e sanguinaria protagonista. 

 

Per tutto il XIX secolo anche negli Stati Uniti il gioco verrà chiamato sempre e comunque Twenty One, anche se a ben vedere questa versione a stelle e strisce del gioco combinava aspetti propri sia del Vingt-Un che del Bone Ace, quindi è probabile che anche i pionieri inglesi abbiano avuto un ruolo importante nel successo di questo gioco anche sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico. Qui, a partire dai primi anni dell’Ottocent, vennero introdotte due nuove regole: in primo luogo, infatti, si iniziò a mostrare al giocatore la prima carta del banco prima di piazzare la puntata, e, in secondo luogo, si iniziò a codificare il comportamento del banco che in tal modo fu tenuto a chiamare carta fino ad un punteggio di 16 e a stare dal 17 in poi. Nonostante in molti stati della allora neonata Confederazione il gioco d’azzardo fosse stato dichiarato illegale a causa del legame sempre più stretto con la corruzione e la delinquenza, i primi casinò legali apparvero in quel di New Orleans nel 1820, ma contemporaneamente i battelli fluviali e i saloon dei villaggi minerari della California, del Nevada e dell’Arizona furono per tanti anni il ritrovo di giocatori (e bari) di ogni risma. 

 

Proprio nel Nevada, futura Mecca del gioco d’azzardo, prosperò a lungo una sala da gioco denominata Vingt-et-Un e gestita da tale Madame Moustache, una giocatrice di talento ed energica business-woman che alcuni anni dopo, ridotta in rovina dal marito che la truffò piantandola in asso e portandole via tutti i propri averi, concluderà la sua parabola esistenziale togliendosi la vita. Un’altra data fondamentale in questa lunga carrellata è il 1931: in quell’anno, infatti, mentre nel resto del paese il gioco viene criminalizzato e dichiarato illegale, viene emanata la legge con cui si autorizza il gioco d’azzardo nello Stato del Nevada. È in questa fase che, a favorire l’ulteriore diffusione del gioco del Blackjack, contribuì anche la campagna promozionale avviata dai proprietari delle sale da gioco. Essi, infatti, giunsero a offrire ai propri clienti dei bonus molto vantaggiosi, come un payout di 10 a 1 per ogni mano conclusa con un Jack ed un Asso di Picche, fatto che probabilmente nel corso degli anni risulterà decisivo per la nascita e l’affermazione del termine Blackjack. In quello stesso anno, il Blackjack è già il terzo gioco più popolare in assoluto dopo Roulette e Dadi, un successo che proseguirà nei successivi quindici anni portando il Blackjack al secondo posto e superando anche la roulette. Nel secondo dopoguerra, nel 1949 per la precisione, cominciano a comparire i primi metodi per il conteggio delle carte, ed è di pochi anni dopo (nel 1958) la primissima versione della Basic Strategy. Con gli anni i casinò hanno affinato i sistemi di sicurezza e dispongono ormai di apparati di elevatissimo livello tecnologico per riconoscere i bari e i contatori, mentre è solo negli ultimi decenni che si è assistito alla comparsa del gioco online.

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